Promuovere la cura di sé e degli altri: un percorso di classe per il benessere collettivo

Premessa 

Nella mia bella classe ci siamo abituati con il tempo ad intessere relazioni positive basate sulla collaborazione e sui reciproci equilibri. Questo intenso lavoro non è stato semplice e soprattutto non è ancora terminato. Le dinamiche di una classe (come quelle che coinvolgono gruppi di persone che si trovano costrette a condividere spazi, situazioni, giornate intere… vedi i gruppi di lavoro o la famiglia stessa) sono spesso complesse e delicate. I bambini imparano a gestire situazioni nuove e a doversi relazionare con gli altri membri del gruppo imparando ad accettare tutti, e malgrado tutto, e allo stesso tempo a farsi accettare. Questo accade nel nostro microcosmo come accade nella società: trovare un posto nel mondo senza occupare quello degli altri. L’armonia della classe si ottiene dal rispetto reciproco (che va imparato, metabolizzato e applicato senza dare mai niente per scontato) alla consapevolezza che tutti siamo diversi e con necessità altrettanto diverse. Le fragilità, le difficoltà, la forza, l’entusiasmo, la competizione, l’arrendevolezza, le simpatie, le antipatie, la noia, i desideri… sono variabili che spesso rischiano di intaccare i legami della classe se gli altri non comprendono le necessità reciproche e il fatto che non sempre tutto può essere a portata di mano. I bambini di oggi non sono abituati a gestire situazioni di stress più o meno pesante (dal battibecco con un compagno per via di una figurina persa al problema di essere bullizzato da compagni più grandi, ad esempio) chiedendo continuamente l’ingerenza dell’adulto. In prima elementare i bambini chiedevano il mio intervento per semplici dispute in cui due bambini, ad esempio, non riuscivano a mettersi d’accordo sul gioco da svolgere. Ma potrei fare elenchi numerosi. Per cercare di uscire da un ginepraio complesso come questo, da insegnante (ma agisco così anche da madre) ho cercato di fare della maieutica il mio tesoro. Ho posto questioni, sollevato domande e stimolato nei bambini delle risposte. Noi adulti non abbiamo il compito di risolvere i conflitti dei bambini ma piuttosto dobbiamo imparare a fare del conflitto un momento prezioso di crescita individuale. La gestione del conflitto è senza dubbio uno dei punti chiave per aiutare i bambini a instaurare rapporti di classe basati sull’equilibrio e l’accettazione dell’altro. Uno dei massimi esponenti in Italia della gestione del conflitto è sicuramente Daniele Novara che con i suoi libri e la sua scuola di formazione per la gestione del conflitto ha dato vita ad una piccola rivoluzione in campo educativo. I suoi libri sono sicuramente fonte di ispirazione per insegnanti, educatori, genitori e chi, per mestiere, ha a che fare con il tessuto umano. Il suo metodo Litigare bene dimostra che il litigio non va per forza di cose evitato ma anzi… può essere sfruttato e diventare motivo di crescita. Ovviamente non ho intenzione di sviscerare qui il metodo Novara, complesso e non da liquidare in una pagina di blog, ma voglio invece ribadire ancora una volta un concetto che per me è fondamentale: noi insegnanti (educatori… genitori) dobbiamo offrire gli strumenti che consentano alle nuove generazioni di crescere in maniera equilibrata, con spirito critico e capacità di risolvere situazioni complesse. E la relazione con l’altro è al centro di tutto questo.

Tornando al mio gruppo classe, posso sicuramente dire che la maggior parte di energie spese per la classe in questi anni hanno riguardato la gestione dei conflitti e la cura che ho prestato nel far crescere i miei alunni nel rispetto e nell’accettazione delle dinamiche di classe. Credo nella possibilità di risolvere i conflitti con il dialogo e l’ascolto provando a fare del confronto un momento di crescita. Ho cercato, nella prassi quotidiana, di aiutare i miei alunni a comprendere quanto questo fosse vero e possibile da portare avanti. Spesso ci siamo riuniti in circle time   e discusso di problemi, questioni e dubbi emersi dalla difficoltà di relazionarsi con gli altri. Piano piano ci siamo resi conto che non è facile vivere insieme ma è molto più triste sentirsi soli o non poter contare su nessuno. Abbiamo imparato che le fragilità le hanno tutti, e non ce ne si deve vergognare, e che essendo esseri umani, fatti di sentimenti e vissuti diversi, abbiamo molto da offrire. La collaborazione reciproca tra loro è stata fondata proprio su questi aspetti e dalla prima la classe è organizzata per isole di lavoro. Lavorare insieme agli altri, rendersi conto di poter essere una volta chi ha bisogno di aiuto e un’altra invece chi può aiutare l’altro, ha permesso ad ognuno di noi di capire che siamo tutti nella stessa situazione. Non esiste il più forte, il più bravo, il più debole o il meno capace. Ognuno di noi, nel momento più opportuno, ha bisogno dell’altro o ha la possibilità di aiutare l’altro.

Motivazione e Idea

Rientrati dalle vacanze estive e con i nuovi arrivi, in terza le dinamiche sono cambiate. I bambini che hanno iniziato insieme questo cammino sono cresciuti, hanno imparato ad essere più tolleranti e allo stesso tempo hanno anche iniziato a capire punti di forza e debolezza del proprio agire. I nuovi bambini invece, arrivati da realtà diverse, hanno iniziato a guardarsi intorno e a cercare di capire come integrarsi al meglio nella classe. Si è creata una situazione di grande accoglienza e in breve tempo i nuovi compagni “sembravano già vecchi”. Nonostante tutto ho notato, dalle prime settimane di osservazione, che qualcosa è cambiato. Molti alunni captano le difficoltà degli altri e vogliono agire, dare una mano, offrire sostegni. Altri invece… ancora faticano a chiedere aiuto oppure vorrebbero essere loro stessi a poter offrire il loro pur non avendo compreso che oltre che ricevere possono dare perché ne hanno le capacità. Allo stesso tempo si crea moltissima confusione perché diversi bambini voglio risolvere le situazioni problematiche di tutti a prescindere rischiando di essere presi per “impiccioni”. Proprio per aiutare questa spinta di aiuto reciproco, per infondere sicurezza nei più “timidi” o tentennanti e riorganizzare l’entusiasmo irrefrenabile di qualcuno, ho deciso di mettere a punto un piano in accordo con la mia collega. A cicli settimanali (due settimane…? Vedremo… siamo in fase sperimentale) ogni bambino verrà accoppiato idealmente ad un altro con l’intento di coltivare la cura dell’altro. Ma cosa intendo per cura? Prendersi cura dell’altro è “un’attività intenzionale e consapevole, uno scambio di fiducia e speranze, che coinvolge la mente, le mani e il cuore. Un compito che impegna a fondo l’animo e l’attività” (cit.). Partiamo dal presupposto che non bisogna essere medici per prendersi cura degli altri. La cura è il riguardo che abbiamo nei confronti dell’altro… ma anche di noi stessi. Nella mia classe ho appeso fuori dalla porta un cartello partendo dal presupposto che ognuno di noi tiene a se stesso e al benessere della classe in quanto ambiente di vita. Se io sono consapevole di ciò che è bene per me posso anche comprendere cosa è bene per gli altri. Accettare se stessi è la porta d’ingresso per imparare ad accettare gli altri. Se io imparo a comprendere quali siano le mie vere necessità e cosa mi permette di vivere serenamente posso anche intuire le necessità di chi mi sta intorno. L’interazione con gli altri diventa allo stesso tempo un momento di arricchimento personale perché lo scambio è crescita. E’ ovvio che il cartello veicola ciò che sto portando avanti in questi anni: un lavoro intenso sulla classe e su me stessa (perché anche io faccio parte di questa consapevolezza continua e della forza del mettersi continuamente in discussione).

A questo punto cosa ho deciso di proporre ai miei alunni? Di prendersi cura del compagno. Ma in che senso? Per un lasso di tempo due bambini dovranno prendersi cura l’uno dell’altro ossia fare in modo che l’altro viva situazioni positive tra i banchi. Positive da che punto di vista? Cerchiamo di capirlo insieme. “Quali sono gli aspetti che vi creano maggiore stress o difficoltà a scuola? ” I bambini rispondono con franchezza: Quando resto indietro o non capisco la consegna. Quando alla ricreazione non so con chi giocare e mi sento escluso. Quando ho perso la matita e non so come scrivere. Quando mi prendono in giro… (per fare qualche esempio). Con i bambini cerchiamo delle soluzioni. “E’ possibile far qualcosa per risolvere queste situazioni? Ecco, ognuno di voi avrà il compito di aiutare l’altro nel momento del bisogno. Verrete sistemati vicini in modo da aiutarvi nelle fasi di lavoro e nei momenti di attività libera come alla ricreazione o in giardino potrete agire liberamente ma avendo sempre un occhio di riguardo per il vostro partner. A fine percorso cercheremo di capire com’è andata, quali sono state le criticità e i punti di forza, cosa abbiamo imparato dall’altro e da noi stessi. E poi cambieremo coppie”. 

Come ho proceduto? Ho consegnato a ciascuno una bacchetta in legno chiedendo di scriverci sopra il proprio nome e personalizzarla. Una volta formate le coppie ho consegnato le bacchette con i nomi in modo che il “curatore” avesse la bacchetta del “curato” in reciprocità ovviamente. Io curo te e tu curi me in uno scambio reciproco. Anna di prende cura di Matteo e Matteo si prende cura di Anna. In quel lasso di tempo Anna dovrà custodire la bacchetta di Matteo e viceversa. Al termine del periodo ognuno consegnerà quanto custodito.

Il percorso e gli sviluppi.

Una volta assegnate le coppie inizierà il percorso di sperimentazione. Perché di questo si tratta: cercheremo di capire insieme se l’esperimento funziona e soprattutto se ha prodotto degli effetti positivi o negativi (perché niente può esser dato per scontato). Per raccogliere i risultati e verificare l’esperienza – oltre all’osservazione quotidiana e ai feed-back costanti che mi offriranno i bambini e le bambine – predisporrò insieme a loro delle tabelle ede degli istogrammi per raccogliere le informazioni attraverso la statistica. Questo farò io, insegnante di matematica, mentre la mia collega di italiano raccoglierà le esperienze attraverso degli scritti a tema, dei pensieri liberi, dei racconti sull’esperienza o dei disegni. Per quanto riguarda gli istogrammi ogni isola procederà prima di tutto a raccogliere i dati con attenzione, facendo riferimento alle preferenze riportate:  1. Quanti hanno sentito di esser stati trattati con cura; 2. Quanti non si sono sentiti curati; 3. Quanti non sanno rispondere e sono indecisi. Si cercherà poi di indagare quanto è stato utile il percorso secondo la loro esperienza diretta: 1.  Sì, è servito a entrambi; Sì, è servito solo al compagno; No, non è servito a nessuno. Infine si raccoglieranno i dati sul gradimento dell’esperienza che ci servirà anche per capire se proseguire il percorso o meno: 1. Mi è piaciuta;  Non mi è piaciuta; 3. Mi lascia indifferente.

I dati e gli istogrammi saranno raccolti alla LIM e sui loro quaderni. Sfrutto l’occasione per proporre anche una prima attività su Excell per mostrar loro come il computer trasforma le preferenze in grafici a torta 🙂

A presto gli aggiornamenti sui risultati.

 

A proposito di Michela Secchi

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Un commento su “Promuovere la cura di sé e degli altri: un percorso di classe per il benessere collettivo”

  1. Nel tuo articolo ritrovo il mio modo di lavorare in classe, ma nello stesso tempo mi hai dato ulteriori spunti di riflessione. Grazie Michela

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